Emilia. Anni ’60. Nani è operaio in un macello. Precisamente, fa il trippaio, al macello. Fa il trippaio perché fin da bambino ha sempre dato una mano al nonno a uccidere e scuoiare gli animali, quelli che tutti i contadini di un tempo avevano in campagna. No, in realtà non è per questo che fa il trippaio, è un diversivo: lui cerca con tutto se stesso di racimolare abbastanza denaro per poter abbandonare la tripperia e fare il macellaio. Ecco, questo è il suo sogno, fare il macellaio. La tripperia è stata solo una deviazione, non voleva andarci per sua volontà, ma per necessità ci è finito, aveva bisogno di soldi, ne ha tutt’ora e si sa, un operaio qualche volta deve pur sacrificarsi per poter trovare finalmente qualcosa di suo, almeno nella vita. È un bel pensiero. Tutti i compagni dovrebbero momentaneamente vendersi al padrone: la vita verrà poi loro restituita. Certo. Con gli interessi. E quarant’anni più tardi.
Ma Nani non ha tempo per pensare questo, alle condizioni del proletariato, alle sue o ad altre velleità che meglio si confanno agli intellettuali o sedicenti tali (di cui fanno parte coloro che usano le parole «velleità» o «sedicenti» solo per riempiersene la bocca e per gonfiarsi il petto con gli altri, loro simili): ha tempo solo per lavorare, per prendere gli stomaci delle vacche, aprirli, far cadere il fieno che contengono e pulirlo da terra, per poi ricominciare da capo. Di nuovo. Ancora. A volte, tra uno stomaco e l’altro, riesce a mangiare il panino che si porta da casa, ormai imbevuto di sangue già dal secondo sventramento della giornata. Altre volte invece riesce a ferirsi a una mano, a trapassarsela con uno di quei ganci che servono ad appendere le carogne delle vacche al soffitto. Sì, perché Nani deve lavorare, lavorare e ancora lavorare, perché è questo ciò che vuole il padrone, perché il padrone è buono, sa cos’è meglio per lui, per lui e per il macello, per il macello e per lui, sa che più Nani produce, più lui si arricchirà, e sa che più lui si arricchirà, prima e con più interessi potrà ridargli indietro la vita che gli ha venduto. Tra quarant’anni. Però Nani non può permettersi di pensare a cosa gli verrà restituito tra quattro decenni, non può proprio. Lui non può che pensare al presente, alla mano infortunata a causa dell’assenza delle protezioni di sicurezza, anzi, alla presenza delle non-protezioni di sicurezza, «velleità» – ecco il ritorno dell’abile abbindolatore – «che rallentano il lavoro», a detta del padrone. Ma questa volta Nani non ci sta, non può permettersi né di pensare a ciò che forse e a detta di molti (chissà poi chi sono, questi molti), gli verrà restituito tra quarant’anni, né alla bontà del padrone, che ha come unico interesse la produttività dei subalterni. Nani, carico di rabbia, si precipita nell’ufficio del padrone e gli vomita in faccia tutto il non detto di quegli anni di sfruttamento, di soprusi, di rischi a cui è stato esposto in nome della produzione, di delusioni continue e perenni nel non averlo mai visto giù, in tripperia, a interessarsi degli uomini dietro i suoi operai e di come lui in realtà voglia fare il macellaio, come il nonno, acquistando la bottega che un tempo era sua. Si è liberato d’un peso. Ha minacciato di far causa ai sindacati, di scioperare. Ma sa che non ce ne sarà bisogno, il padrone in fondo è un uomo di mondo, sa che queste cose si dicono per dire, che in realtà lui non nutre nulla di personale nei suoi confronti, che tutto ciò che chiede sono solo un po’ di denaro, un risarcimento, anche simbolico, se non altro per avvicinarsi alla libertà della macelleria e liberarsi dalla morsa del macello.
Ma Nani, cieco di rabbia, ha commesso un errore: ha mostrato il fianco. Ha parlato della macelleria, del suo sogno e di libertà. E quindi ben presto si ritrova dietro a un bancone, vestito di bianco, forse con un grembiule rosso, a servire clienti, vendendo loro la carne. È finalmente riuscito a diventare un macellaio grazie all’aiuto del padrone, che si è offerto di prenderlo come gestore della sua nuova macelleria aperta in piazza, proprio dove un tempo c’era la bottega del nonno. Nani è rapidamente scivolato da una prigione a una cella di isolamento, che si è costruito con le sue stesse mani o quasi: in macelleria è sempre solo, non ha mai nessuno con cui parlare, nessuno tranne il nonno, o il suo ricordo. Non sa infatti nemmeno se ci sia ancora o meno, il nonno. Il lavoro è la sua unica via di fuga dalla realtà, dalle sue insicurezze e dalle sue insonnie, è l’unica cosa che gli permette di vivere in pace con se stesso ed evadere dalla gabbia da cui è entrato dalla porta, tenendo la mano al padrone. Ormai, dell’uomo che è stato, del ragazzo che, dando una mano al nonno, scoprì cos’è il magone e perché impedisce alle galline e agli uomini di parlare, non resta che una macchina, una bestia da soma.
Dopo aver letto una pagina così mal scritta, piena di interferenze dell’autore, di chiose personali che, invece che restare confinate ai margini si sono confuse col testo al punto da snaturare la storia, i lettori si possono separare in due categorie: i superficiali e i critici. I primi giudicheranno lo scritto in base al suo contenuto immediato e al modo in cui le parole sono state disposte sulla pagina. A chi è piaciuto si sentirà dire che tutto sommato la storia è carina, che forse l’autore non avrebbe dovuto abbandonarsi a considerazioni personali e scrivere in maniera meno diretta, meno viva; a chi non è piaciuto, sentiremo dire le stesse parole, fatta eccezione per la prima parte della critica. Probabilmente questi lettori ignorano il fatto che quanto hanno letto è semplicemente la trascrizione “romanzata”, mi si permetta il termine, di uno spettacolo teatrale, e che quindi il solo contributo dell’autore del testo, positivo o negativo che sia, è stato unicamente quello di enfatizzare certi passaggi della narrazione per poter rendere su carta quanto egli ha potuto vivere a teatro.
I secondi, invece, forse forti della conoscenza dell’ispirazione teatrale, sono coloro che hanno sviluppato un pensiero critico riguardo la denuncia alla società capitalista che permea l’intera storia alla base del testo. Coloro i quali si trovano in disaccordo col tema trattato e con la trattazione stessa potrebbero sostenere che il testo da loro letto, e di conseguenza lo spettacolo che lo ha ispirato, è il solito racconto masturbatorio di uno pseudo-intellettuale di sinistra, sadico e perverso, che ha scritto ciò che ha scritto solo per far torto agli industriali che mandano avanti il paese, per farli sentire in colpa di tutte le disgrazie che accadono; a che pro, altrimenti, «esporre, approfondire, analizzare una dopo l’altra e senza tralasciarne nessuna, tutte le sofferenze fisiche, tutte le torture morali che deve sperimentare un uomo condannato a morte il giorno della sua esecuzione», per quanto non si parli né di morte, né di esecuzione, in senso letterale?
Vien da sé che, escludendo i disinteressati all’argomento, i restanti lettori “critici” siano coloro che condividono, in parte o totalmente, quanto hanno letto. Alcuni di loro potrebbero infine essere arrivati alla conclusione che la vicenda di Nani sia estendibile a ogni persona (perché, prima di parlare di masse, è importante parlare degli individui) che fa parte e quindi rappresenta la classe operaia. Difatti, la storia di Nani è troppo banale, troppo consueta e ci siamo abituati a tal punto da rimanere, rispetto a vicende come queste, quasi indifferenti. Di quante morti sul lavoro sentiamo quotidianamente parlare, di quanti infortuni e di quanti esseri umani usati, spremuti, sfruttati fino alle ossa, finché non diventano inutili alle macchine di produzione e commercio? E quante volte non alziamo più neanche la voce? Proprio per questo il racconto, che narra un episodio della vita di Nani raccontandola in realtà tutta, è quanto mai importante da ascoltare e da diffondere. Perché, se addirittura noi, Nani di tutto il mondo, ci voltiamo dall’altra parte, ignorando la nostra stessa storia, chi speriamo l’ascolti? Chi speriamo venga a porgerci lo specchio dal quale noi stessi fuggiamo, spaventati di riconoscerci uguale a qualche avo visto in una vecchia fotografia? La classe operaia, ebbra del veleno che le propinano i padroni, è sovente la prima nemica di se stessa.
E infine mi viene da scrivere che Nani incarna perfettamente l’uomo, ovvero la stirpe di uomini, che canta Bertoli nella sua Ballata per l’ultimo nato. È un ragazzo comune, un proletario figlio di proletari, forse istruito o forse no, non ci è dato saperlo, con una visione politica influenzata da un lato dal padrone e dall’altro dai sindacati; è un operaio sfruttato, alla mercé d’un datore interessato solo al proprio tornaconto personale, per il quale rappresenta una bestia da soma. Nonostante ciò, Nani non riesce mai a staccarsi dalla lui, arrivando addirittura a venderglisi per un prezzo stracciato. E Bertoli, quasi cinquant’anni fa, cantava l’uomo nella stessa maniera. La canzone si apre con la nascita di un bambino, protetto dai genitori in tutti i modi possibili, affinché gli sia risparmiata la magra vita che invece a loro è toccata.
Amato, coperto, vestito di lana,
la vita è tenuta lontana
Prosegue con l’istruzione del ragazzo, che inizia già a sviluppare una visione politica del mondo, anche se fortemente condizionata dalla società in cui cresce. Poi arriva la guerra. È costretto a partire per difendere ideali non suoi, mettendo a rischio quel poco che ha nella vita per donare lustro, gloria e onore a quella altrui.
Poi passano gli anni, finisce alla scuola […]
E nella sua mente germoglia il pensiero,
distingue già il rosso ed il nero.
Impara la storia, il nome dei santi,
impara ad odiare i briganti.
E quando il nemico verrà alla partita,
la patria ti chiede la vita.
La patria, la legge, la fede e l’onore
è fumo che chiamano amore.
Infine diventa un operaio sfruttato e sottopagato, inerme di fronte alle ingiustizie, plagiato dal pensiero dei padroni e dei ministri che lo governano. È ancora libero di parlare, ma quanto dice non è il suo reale pensiero.
C’è un uomo che passa su un bolide rosso,
ti schizza del fango da un fosso.
Se il vescovo parla in un giorno di festa,
tu devi chinare la testa.
Per il tuo padrone, per il tuo signore,
sei merce di scarso valore.
Sei forza lavoro dai piedi alla chioma,
sei solo una bestia da soma.
Venduta la mente per quattro parole,
avuto il tuo posto nel sole.
E quando tu parli non è la ragione,
sei solo un juke-box a gettone.
Arriva il momento della genitorialità e, animato dagli stessi sentimenti che anni prima mossero il padre e la madre, tenta di proteggere il pargolo dal suo stesso destino, condannando invece un futuro uomo. I momenti della canzone sono gli stessi che caratterizzano la vita di Nani e, in realtà, anche la nostra. Proprio per questo ci spetta il compito di continuare a lottare e a far valere i nostri diritti, nella speranza che, tra cinquant’anni, i nostri figli potranno non guardare le nostre vite come fossero uno specchio delle loro.