MPF 24
Festival di teatro contemporaneo

UN TESTO COLLETTIVO

A cura del gruppo di giovani critici guidati da Alessandro Toppi

In premessa
di Alessandro Toppi

Non abbiamo svolto un laboratorio di critica teatrale. Né abbiamo inventato fanzine momentanee o neo-redazioni. Ci siamo incontrati invece, tre volte, prima di alcuni spettacoli di Materia Prima 2024. In una stanza al piano superiore di Cantiere Florida: sul tavolo fogli, matite, brochure, qualche bottiglietta d’acqua. Attorno noi, intenti a parlarci: il teatro e i turni a lavoro, il teatro e lo studio, il teatro e la danza, il teatro e l’università, la casa, la famiglia. E Napoli, Firenze, gli anni trascorsi a liceo, i libri che amo, gli spettacoli visti o non visti quest’anno. Il calendario, i nomi che non conosco, Piero Pelù (incrociato prima di uno spettacolo) e la funzione contro-ordinaria esercitata da un festival (la smentita del quotidiano, la dimostrazione nei fatti che un’altra programmazione è possibile). Così insomma, per alcune ore. Lasciandoci con l’intenzione – libera per forma, tono ed estensione – di fermare le parole, produrre una memoria. Senza alcuna impostazione stilistico-giornalistica ma scegliendo invece soggettivamente cosa del festival, e come parlarne. Già, come parlarne. «Come parlarne? Come scrivere di teatro? – questo si domanda un critico. Come scrivere su qualcosa che appartiene alla vita e all’arte, al presente e al passato; come teorizzare, come dare testimonianza?» si chiede in un libro Georges Banu. «Ricominciando la lotta, senza sosta» si risponde. E «sperimentando ogni volta una risposta a seconda della situazione, convinti che la soluzione sarà data dalla somma finale degli scritti, in cui si accumulano insieme successi e fallimenti».
Ecco, forse i fogli che seguono sono questo. Un accumulo di piccoli successi e fallimenti. E sono un tentativo, una sperimentazione, un’ipotesi, una volontà.
Sono cinque tracce, sono un ricordo. 
 

Un diario
di Elisa

In cerca di storie

Una possibilità: sono stata accolta da Murmuris in un percorso che vuol rafforzare il ruolo assunto dallo spettatore nella programmazione di Materia Prima. Le cose avvengono talvolta per caso e, grazie a un algoritmo che mi ha mostrato l’invito, mi sono resa disponibile a far parte di un progetto d’analisi del festival. È così che, attraverso lo scambio di pareri all’interno del gruppo, ho avuto l’opportunità di leggere con accresciuta consapevolezza l’evento nella complessità del suo contesto.
L’io spettatore ha allenato l’osservazione, a partire dalle mie aspettative.
La voglia di ascoltare storie mi porta infatti spesso a scegliere, attraverso un atto di fiducia, testi e narratori che mi risuonino; in questo caso invece mi sono affidata a una programmazione stabilita da altri e, uscendo dalla mia confort zone, ho esplorato un cartellone fatto di opere, drammaturgie e visioni definite “contemporanee”, prodotte soprattutto da artisti giovani, portatori di istanze per me nuove, che m’hanno procurato un’alternanza di sentimenti.

Motus, per cominciare

Il mio esercizio ha avuto inizio col Frankenstein di Motus. Nuova allo spazio del Cantiere Florida, ho preso contatto innanzitutto con un foyer spartano per orpelli ed arredi ma effervescente per la comunità variegata che lo abita. Si respiravano curiosità e relazioni d’affetto, figlie d’un evento ricorrente e atteso. Poi, finalmente, la sala e un palco in penombra e scene minimali, tra un raggio di luce ocra e un palpito soffuso (tum tum, tum) dal ritmo crescente, in grado d’avvolgermi e che m’è parso una richiesta d’attenzione. La rappresentazione ha inizio. Dettagli. Gli ambienti resi con teli leggeri di plastica trasparente, sospesi e sul palco; pezzi di ghiaccio nelle mani e sui corpi degli interpreti, dal biancore artico; testi proiettati, fasci di luce, musiche. E performer androgini che, riadattando il romanzo di Mery Shelley, mi parlano di trasformazione, frammentazione e di corpi che diventano veicolo del dolore narrato: ora nudi didascalici, ora muovendosi nello spazio, persuasi e innamorati dei personaggi. Io pur stando seduta li ho inseguiti, sono inciampata nell’attenzione e sono rotolata lungo i pendii dei dettagli che non conosco.
Vorrei rivederlo ancora.
Orfana di senso, infatti, mi sono affidata al turbamento che mi solleticava domande, in attesa di comprendere ciò a cui davvero avevo preso parte.

Ripensare se stessi, fino a vedere l’altro

Un panchetto e un microfono preannunciano: ci sarà in scena un solo attore. È un interprete che, a più voci e grazie a un sintetizzatore vocale, propone un testo in endecasillabi. È Batracomiomachia, da Giacomo Leopardi, con Andrea Macaluso: poemetto un tempo, ora sublime esercizio di memoria che attraverso la recitazione tiene in ilare concentrazione la platea. La scelta dell’opera, parodia delle grandi narrazioni epico-militari antiche, sa essere attuale attraverso una performance solo in apparenza minimale ma che ha sapienti concessioni tecnologiche e che concede ai presenti la possibilità di ridere attraverso l’identificazione di sé nelle figure evocate. È, rifletto, l’esercizio sano del ripensare se stessi. E di Sid invece cosa scrivere? Stavolta parto dall’impegno d’esserci. Mi sembra che il tempo dedicato allo spettacolo inizi nel momento stesso in cui esco di casa e prendo un mezzo pubblico: volutamente de-connessa, attenta a chi mi circonda, in cerca d’incrociare sguardi. Arrivo e trovo le porte del Florida già aperte, lo sono da parecchio tempo scopro. In foyer. Ci s’intrattiene, ci s’attarda, si scambiano pareri. La porta oscilla e m’introduce in un gruppo di persone che riconosco perché mi hanno sorriso, sono attrici e attori e registi del territorio. Salutarsi, ritirare il biglietto al botteghino, raggiungere il posto assegnato sfiorando i corpi compressi tra le fila delle poltrone. Sedersi, guardare il pubblico e cercare con gli occhi segni anticipatori in assito. Sono tutti elementi, questi, che mi sembrano facciano parte di ciò che a tutti gli effetti è o diventerà una ritualità. Noto il palco senza sipario, l’assetto frontale e l’assenza probabile di scene: mi sembrano costanti della programmazione. I protagonisti scelgono il corpo come portatore di messaggi e tensioni – altra costante. Avviene anche con Sid, che è un monologo sincopato, reso da un fisico che danza interagendo con due musicisti in uno spazio delimitato da fasci di luce. L’attore (Alberto Boubacar Malanchino) è giovane, è forte delle sue origini straniere, ed è un ponte tra due culture e ricerca un ruolo o un modo per essere visto veramente. Incarna il tema dell’identità, in maniera provocatoria. Vorticoso e incalzante è il suo ritmo, per me non sempre è semplice star dietro al filo dei suoi pensieri, che si susseguono.

Questo profumo di zagare

Si può parlare di identità anche poeticamente. Capita con Il grande vuoto di Fabiana Iacozzilli. Che allestisce una scenografia realistica (dall’auto in proscenio al salotto, il tavolo, le sedie e gli oggetti conservati per anni dentro ai mobili). Attraverso la relazione tra gli interpreti scorre una storia che si fa seguire. S’affronta il tema della perdita di memoria (personale e familiare), che i figli di una madre colta da alzheimer affrontano con sgomento, rabbia, dolore, inconsapevolezza, negazione o accettazione. Osservo lo spettacolo e accolgo in me flash back di sensazioni già vissute sia attraverso l’ascolto che l’olfatto. Mi ritrovo per un attimo tra le stereotipie di mia nonna, di cui risento perfino il profumo. La sensazione è intensa, mi disorienta. Mi trovo a meravigliarmi della potenza evocatrice del teatro e mi accorgo poi che la mia vicina indossa la fragranza di zagara, a me familiare.
Il grande vuoto è un lavoro capace di suscitare processi di identificazione profondi. Lo comprendo uscendo, già sulle scale, ascoltando i commenti e notando l’urgenza che le spettatrici e gli spettatori hanno di raccontarsi esperienze simili. Così, defluendo con lentezza, il pubblico mette in atto quella circolarità per cui il teatro nutre la realtà che, a sua volta, tornerà a nutrire il teatro.

Tra la pioggia e la città, provando commozione

È il primo giorno di primavera. Piove, il traffico cittadino fatica a scorrere, i mezzi pubblici ritardano e deciso perciò di incamminarmi ma le scarpe che indosso (hanno il tacco) si rivelano inopportune. Arrivo stanca, l’indolenzimento ai piedi e alle ginocchia m’indispone. In aggiunta: sono seduta scomodamente, tra due spettatori che esondano, in una poltrona decentrata. Lo penso, me lo dico: vorrei essere altrove. A tirami dentro invece, a tenermi qui, sono i performer di Forse una città (Ada Collettivo). Mi calamitano subito, assorti a giocare con le tessere del domino, intenti a impilare strutture instabili a guisa di palazzi destinati al crollo. Si muovono ipnotici, in un’evocazione cittadina che, per frammenti d’immagini, porta a Firenze. Sei “cittadini” in rappresentanza di una società, composta com’è composta una collana dalle singole perle per cui ognuna contribuisce alla costruzione collettiva. Si raccontano dunque: a turno, tra passi di danza e filmati. Il loro narrato mi pare a tratti concettuale e criptico, tant’è che mi fugge precocemente dalla memoria, e tuttavia sul piano estetico i sei sono d’impatto: abiti fluo, accessori vintage, vecchi oggetti dimenticati (le bolle da imballaggio, ad esempio, o certi dinosauri luminosi). Sono, queste cose, che infine mi distolgono dalla mia insofferenza iniziale. Finirò, terminato lo spettacolo, per uscirne senza più alcun dolore.
E poi c’è la morte. Tema ingombrante. Se ne fa carico De los muertos di Zimmerfrei, che va in scena all’Archivio di Stato: un’isola tra due viali, invisibile anche se imponente, offuscata dall’incedere del traffico circostante e dalla frenesia della vita che impedisce di fermarsi: è un prezioso scrigno di documenti, di carte, di testamenti, defunti e fermi anch’essi, loro malgrado. De los muertos restituisce voce alla memoria dei defunti attraverso la narrazione dei loro lasciti. Veniamo introdotti – attraverso un itinerario preciso – in un allestimento di oggetti e didascalie mentre nell’auditorium assistiamo a quattro quadri per voce e luce: sono storie che dicono la soglia tra aldiquà e aldilà, o come un evento abbia condizionato tutta un’esistenza. La narrazione dunque. E letture autobiografiche non attoriali, voci amplificate, piccoli effetti scenici (rumori, aperture e chiusure di porte), immagini proiettate in loop. La regia è suggestiva mentre la risonanza in noi dell’esperienza è legata direttamente al vissuto personale. Io, che per lavoro persone in lutto ne incontro molte, ho provato commozione, memore di quanto sia complicato riconciliarsi con la perdita.

Fino a ritrovarsi

Le case del malcontento di Murmuris, dal romanzo omonimo di Sacha Naspini (E/O, 2018). La trama emerge dalla cronaca alternata compiuta dalle figure mentre gli altri, statici, sono collocati in un ambiente che evoca la via di un paese scarsamente illuminato (tre lampioni) che fa da scena fissa. Cinque attori che rendono riconoscibili i personaggi (caratterizzazione emotiva, dettagli esteriori: un impermeabile, un cappellino, la lente, un paio di stivali). Gamma cromatica noir, visione priva d’orpelli ma capace di risvegliare e rendere tutte le sfumature di una tavolozza emotiva: la meschinità, ad esempio, e l’invidia o il disprezzo che contraddistinguono una discesa compiuta nelle relazioni malate che caratterizzano una comunità chiusa. In cui ognuno si fa vanto delle proprie colpe e dei propri segreti. La messinscena (il cui senso giunge poi forte, assurdo, chiaro) trattiene me e parte del pubblico in foyer, dove restiamo, tra i libri dell’autrice, compiendo un rito di esorcizzazione – attraverso le morbosità altrui – dei difetti nostri.
Con Solo quando lavoro sono felice, si cambia prospettiva. Completamente. Due attori che riducono ogni distanza rispetto alla platea giocando col tema del lavoro/non lavoro. Li ascolti e viene facile compartecipare, anche grazie al taglio ironico che suscita ilarità per tormentoni e paradossi coinvolgenti. Lorenzo Maragoni e Niccolò Fettarappa assomigliano a tanti, a tante. Si ride insieme, di e con, ci fanno sentire parte di una comunità informale tant’è che ci si trova a parlare e commentare tra sconosciuti, sena più alcuna circospezione. Io, per esempio, racconto aneddoti personali alla signora che siede nella poltrona davanti a me. È lei, la donna dal profumo di zagara, che mi aveva fatto viaggiare nei ricordi.
Ci siamo trovate infine, di nuovo.

Una relazione
di Francesca

Corpi, spazi

Quando si parla di spazio è opportuno definire quale… parliamo dello spazio-teatro in quanto edificio, dello spazio scenico, dello spazio-tempo dedicato agli spettacoli, dello spazio-platea adibito agli spettatori o dello spazio sociale? Ma prima ancora, mi chiedo: cos’è che definisce lo spazio?
Maurice Merleau-Ponty ne La fenomenologia della percezione scrive: «Senza il mio corpo lo spazio nemmeno esisterebbe». E allora parliamo dello spazio definito dai corpi, quei corpi che Materia Prima ha deciso di mettere al centro della scena. E il corpo è al centro in quanto creatore di spazi. I corpi degli artisti e quelli degli spettatori, i corpi delle persone portate in assito, i corpi di chi invece, per scelta e non, è rimasto fuori dal teatro, quei corpi a cui le necessarie istanze di Materia Prima avrebbero voluto e potuto parlare. In tal senso questi corpi generano spazi molteplici, che diventano luoghi perché abitati, vissuti e costruiti dalla relazione tra corpi.
Credo che Materia Prima sia riuscito dunque a creare uno spazio proprio, lo spazio del festival, che qui fermo in un’immagine: sono i corpi che, ad ogni appuntamento del cartellone, s’affollano oltre le porte del Cantiere Florida dilatando verso e al di là del marciapiede. Sono corpi giovani, adulti, anziani, corpi di donne, uomini e bambini, che si ritrovano a ridere, scherzare, commuoversi, parlare, confrontarsi e riflettere sugli spettacoli visti, fantasticare su quelli ancora da vedere, in una crescita continua che inizia e prosegue oltre lo spazio-tempo degli spettacoli stessi, infine riversandosi nello spazio sociale.

Un suono
di Nicola

Il suono, come la vita

Che suono aveva Materia Prima Festival 2024? Oppure: aveva un suono Materia Prima Festival 2024? Difficile rispondere…
Come per molte categorie complesse contemporanee l’indagine su cosa sia qualcosa spesso passa dal negativo più che dal positivo: è forse più facile determinare cosa non è prima di stabilire cosa è, per cui possiamo dire quasi con certezza che il suono di Materia Prima Festival 2024 non è stato quello della vocalità naturale degli attori: solo due spettacoli infatti hanno visto la recitazione attoriale priva della mediazione tecnologica del microfono (Il grande vuoto e Le case del malcontento) mentre negli altri la sinergia tra movimento e modulazione elettrica della voce era invece una componente specifica. Ma anche quando microfonati gli spettacoli hanno tutti optato per un’organizzazione sonora particolare: segno che l’audio è stato da tutti gli artisti concepito come un elemento espressivo.
Batracomiomachia, De los muertos e Forse una città hanno visto i performer interfacciarsi direttamente con l’asta del microfono, quasi come cantanti. Ma l’asta non è stata usata dai tre nello stesso modo. In Forse una città il microfono piantato a terra funzionava quasi come eco di uno spettacolo di varietà televisivo anni Ottanta, ed era quasi un dettaglio della scenografia più che un elemento di significato dello spettacolo. Anche per De los muertos il microfono è stato un servizio di declamazione del contenuto e del testo invece che elemento semico. Per Andrea Macaluso, interprete di Batracomiomachia, invece l’alterazione della voce è stata una componente ineliminabile: grazie alla distorsione vocale l’attore ha plasmato personaggi, azioni e intenzioni del testo pseudo-omerico-leopardiano con un’efficacia tale da poter fare a meno degli altri mezzi tradizionali di mimesi quali i movimenti o il décors naturalistico (Macaluso era in scena da solo, praticamente fermo in piedi e lo circondava solo qualche attrezzo luminoso facente funzione di didascalia scritta, non di scenografia). Un sistema sonoro molto avanzato, il suo.
Gli altri hanno optato per dispositivi ad archetto, oramai canonici, e hanno usato il device, chi più chi meno, come elemento significante degli spettacoli. Se nel Frankenstein di Motus e in Solo quando lavoro sono felice l’archetto è stato un elemento amplificante, per Sid è stato invece un sistema di sinergia tra la recitazione di Alberto Boubakar Malanchino e il DJ set che lo ha accompagnato, con impasti sonori completamente integrati nello spettacolo: un modo davvero efficace per rendere la parte audio un elemento imprescindibile dell’esperienza teatrale. Malanchino ha ballato e dialogato con un DJ set che ha fatto sia da suono che da spazio scenografico, producente una “musica” che non era commento all’azione e al testo ma essa stessa azione e testo, quasi come le partiture di Nino Rota per Fellini: elemento fattivo e consustanziale alle inquadrature.
Chi ha evitato il microfono ha plasmato tradizionali colonne sonore, ma nessuno ha usato la musica come sottofondo inerte. Le case del malcontento aveva composizioni originali e apposite (da Isabelle Surel), così imparentate con la scena da venir definite nel programma di sala soundscape: non sono state solo musica, insomma, ma anche elemento mimetico della deformazione espressionistica dello spettacolo e hanno accompagnato i gesti degli attori come fossero attori e attrici esse stesse. Anche Il grande vuoto ha commissionato (a Tommy Grieco) una ambient music finale ma le sue componenti distintive sono state tratte da un repertorio (“antico”, penso alla versione di Banda di Chico Buarque di Mina, 1967, e “odierno” anche quando richiamanti le atmosfere degli anni Sessanta: Vivo di Andrea Laszlo De Simone, 2021, ad esempio). Ripetute spesso, a simboleggiare l’incepparsi della mente della protagonista, con ottima efficacia.
E l’idea di un soundscape partecipante alla messa in scena c’è stato anche negli spettacoli microfonati: per Frankenstein la proteiforme natura sonora (concepita da Enrico Casagrande, che ha preso suoni naturali e ritagli pluri-genere, dalla classica al metal) ha enfatizzato benissimo il messaggio di ibridazione e complessità dei corpi presentato dallo spettacolo mentre durante De los muertos l’impasto di rumori ha contribuito infine alla natura inconscia di una messa in scena che s’è fatta carico di esprimere le diverse reazioni che abbiamo al lutto.
Da tutto questo si riesce a dedurne qualcosa con molta difficoltà.
Microfoni, soundscape, DJ set, musiche originali, canzoni di repertorio ed effetti sonori hanno rappresentato un ambiente tanto eterogeneo da non consentire, di primo acchito e in apparenza, una definizione comune. Eppure il suono e la musica c’erano, con diverse modalità espressive, presenti in tutti gli spettacoli: qualcosa ci deve dire. E allora.
Gli spettacoli del Materia Prima Festival 2024 ci hanno presentato vari messaggi sulla natura elusiva e impalpabile delle etichette e delle definizioni quando applicate a modi di essere e di vivere: i corpi, i comportamenti, gli stati d’animo sono difficili da tassonomizzare. E infatti sono stati spettacoli su vari aspetti dell’esistenza, e hanno illuminato problematiche disparate, dalle più semplici alle più coriacee, dalle più leggere alle più gravi (anche gli spettacoli all’apparenza più divertenti, come Batracomiomachia e Solo quando lavoro sono felice avevano un cuore concettuale tutt’altro che frivolo). Il suono ha partecipato a tutto questo: sia esso composto ad hoc o preso in prestito, sia concepito come parte integrante dello spettacolo o come scatola decorativa, è stato per il Materia Prima Festival 2024 come è stato il corpo attoriale: in ogni singolo spettacolo si è cioè presentato diverso, sfaccettato, polisemico e impossibile da categorizzare in singole definizioni preesistenti. Insomma: anche il suono degli spettacoli, come l’esistenza teatrale tout court, rifugge dal semplice e fa parte del complesso ed esprime in tal modo la libertà della creatività, e l’impossibilità dell’applicazione di una soluzione sicura e già rodata. Ogni messinscena d’altronde ha bisogno di un suono specifico e di una strutturazione musicale adatta, così tanto precipua e particolare da risultare una soluzione possibile solo per l’opera che accompagna e per nessun’altra.
Ecco dunque: il suono di Materia Prima ha espresso il bisogno che ha ognuno di creare la sua musica specifica, come la ritiene opportuna. S’è trattato d’un suono gemello agli spettacoli presentati. Questi ci hanno dimostrato che si deve vivere la propria vita, e il proprio corpo, liberamente. Il suono del festival ha sottolineato e ribadito questa necessità.

Un bisogno
di Tommaso

Anno dopo anno, giorno dopo giorno, scoprire nuove realtà e allargare il proprio orizzonte culturale. Arriva il momento in cui sei stretto in un posto e ne cerchi un altro: un po’ per seguire il bisogno di libertà e un po’ perché hai iniziato a scopriredinamiche di potere che con la cultura e l’espressione di sé hanno poco a che fare. E allora fuggi da una città che è morente a causa delle piovre culturali. Attraverso il marketing e la comunicazione abbellisci e racconti a modo tuo la realtà che vuoi far passare per vera per portare la gente a teatro. Ma se la cultura fosse solo una distrazione dai grandiproblemi sociali allora ci staremmo tutti illudendo di poter fare davvero qualcosa di originale e di nuovo? E quanticoncorsi, premi e bandi indetti e partecipati dagli stessi attori e attrici alimentano un sistema dove la libera creazione èormai impossibile?
 
Quest’anno, dopo una boccata di ossigeno in Romagna, mi ha visto tornare con una curiosità viva. Quest’attitudine mi ha permesso di tornare in vecchi teatri che non frequentavo più,      rivedere attori e attrici che avevo smesso di seguire per il giudizio che avevo sulle loro capacità recitative e di rivalutarli. La scoperta più bella di questo ritorno è stato un lampo di contemporaneità in un ambiente culturale, quello fiorentino, che per il resto pare stantio. C’è bisogno di contemporaneitàper rimanere ancorati al reale, per attraversare se stessi ed elaborare il proprio vissuto.
Basta. Largo ai giovani, e alla sperimentazione – mi dico.
 
Quanto è bello dunque vedere nomi nuovi e tematiche che coincidono con ciò che stiamo vivendo. Quanto è bello incontrare persone provenienti da ambienti classici e sentirgli dire che in effetti esiste altro, più politico e socialmente piùattivo, che è valido e da scoprire perché non si può restare nel proprio guscio, tra le conoscenze già acquisite, nel proprio ambiente solito. Il piacere del contemporaneo, dunque. La novità e i temi eterni sviscerati al modo di oggi. E un piccolospazio che diventa in luogo di incontro nel presente. E che crea un’atmosfera che m’è parsa magica, anche grazie agli operatori, alle operatrici ed al pubblico.

Una riflessione
di Andrea Yuki

Il teatro ha sempre svolto una funzione particolare fin dalla sua nascita, dalle sue prime rappresentazioni: oltre che a far emozionare il pubblico ha avuto infatti il compito di riflettere i sentimenti, le paure, le paranoie ma anche le sensazioni più belle d’ogni spettatore: che fosse capitato lì per caso o avesse comprato un biglietto e dunque si fosse recato nel luogo della rappresentazione consapevolmente. La funzione identificativa. E la catarsi che ne deriva. Per tutti. O la capacità del teatro di consentirci una purificazione e la presa di coscienza della propria condizione. Un vero e proprio specchio della società, di cui rimanda tensioni, aspirazioni e contraddizioni. Ebbene, da tempo è luogo comune pensare che dinanzi a questo specchio ci stiano soprattutto gli adulti e gli anziani o comunque sempre meno i giovani eppure al Materia Prima Festival è andata diversamente: il vetro ha riflesso volti acerbi, curiosi e in modo vivido ci ha mostrato le ansie, i sogni e le sfide dell’adolescenza contemporanea. Attraverso una selezione di spettacoli innovativi e profondamente emotivi (non tutti sfioravano tematiche legate al mondo giovanile, eppure in ognuno c’erano prorompenti elementi riconducibili ad esso) ha permesso ai più giovani di vedersi protagonisti, di analizzare i propri moti dell’animo, di comprendersi e soprattutto di confrontarsi fra loro e con un mondo creato non per schiacciarli ma per stimolarli.
Seguono tre esempi.

Frankenstein di Motus o la creazione di un Sé inquieto

La rivisitazione del classico di Mary Shelley da parte di Motus più che uno spettacolo teatrale è stata un’esperienza immersiva per lo spettatore e ha colpito il centro nevralgico di un’importante questione sociale del nostro tempo: l’identità. Ambientato in un futuro quasi distopico lo spettacolo ha esplorato (con fine parallelismo fra l’esperimento della nascita della creatura e le innovazioni sceniche di oggi) le conseguenze dell’odierna creazione tecnologica sollevando forti interrogativi: cosa significa essere umani? È così importante avere un nome? Cosa ci identifica veramente? Ed è in questo contesto che s’inserisce il riflesso dei giovani spettatori, spesso alle prese col desiderio di sentirsi unici ma al contempo accettati, che hanno visto dunque sul palco i loro conflitti interiori. La rappresentazione di una “creatura” emarginata per la sua diversità ha risuonato fortemente evocando un misto fra disprezzo ed empatia e una riflessione sulla tolleranza e l’inclusione. È quindi la paura l’emozione che predomina se ci riflettiamo a questo specchio: lo spavento di essere diversi e di non essere accettati, proprio come il mostrum che, però, lancia anche un messaggio di speranza: resta. Nonostante tutto, la possibilità di trovare un proprio posto nel mondo.

Sid o navigando l’esistenza digitale

Con Sid torna il tema dell’inadeguatezza sociale, che qui si intreccia con la vita digitale: in che modo la realtà virtuale e l’online influenzano la percezione di sé? Al di là della trama (un giovane che diventa omicida anche per accumulo di visualizzazioni social) le adolescenti e gli adolescenti in platea mi sembra che, in quest’opera-soliloquio, scorgano riflessi del loro quotidiano. Penso, ad esempio, all’identità online quando diventa maschera con cui nascondersi al mondo circostante e che tuttavia, in maniera brutale, rivela aspetti profondi del proprio io. Durante la visione sono inevitabili perciò dubbi e domande e d’altro canto è parte, volontà e funzione dello spettacolo stesso la messa in discussione della “moralità” delle nuove tecnologie. E dunque mi chiedo, dopo lo spettacolo, incamminandomi verso casa: come l’online modella le relazioni, i rapporti e l’autostima? Noi siamo realmente solo i nostri avatar? E che senso ha la nostra realtà fisica?

Solo quando lavoro sono felice o la giustificazione della vita nel lavoro

Forse lo spettacolo che tocca il tema più caldo per il mondo giovanile (e non solo, aggiungo, data la precarietà contrattuale ed economica in continua crescita in Italia). Maragoni e Fattarappa, con stile satirico e pungente, analizzano la pressione sociale e personale che viene dal definire la propria identità attraverso il lavoro. In una società in cui il successo professionale è spesso visto come la misura del valore personale questo spettacolo funge da specchio di una cultura tossica, dominata dal concetto di produttività incessante. Ed eccole qui dunque, all’interno di questo duetto scanzonato, l’ansia per il futuro, le paure, l’insoddisfazione, ma anche la liberazione nel riconoscere che la propria esistenza non è limitata ai risultati professionali. In poche parole, Solo quando lavoro sono felice mi sembra un grido di guerra: urla che occorre bilanciare vita personale e lavorativa ed è così che aiuta i giovani a sviluppare una visione più equilibrata e umana del successo.

In conclusione

Questi che ho cercato di analizzare sono solo alcuni degli specchi visti in scena durante Materia Prima: sono gli specchi che mi sono rimasti più impressi nel cuore e che ho trovato più vicini ai miei pensieri, alle mie emozioni e ai miei sentimenti di neo-diciottenne.
Il festival è stato per me una continua scoperta e penso abbia dimostrato a un pubblico ampio come il teatro possa fungere da potente catalizzatore di emozioni e riflessioni per le nuove generazioni. Materia Prima ci ha offerto, infatti, non solo un riflesso delle nostre vite ma anche gli strumenti per comprendere meglio noi stessi e il mondo che ci circonda. Il Cantiere Florida e Murmuris si confermano quindi come ambienti di crescita e scoperta, dove il teatro diventa un mezzo per esplorare e navigare le complessità della vita contemporanea